Le buone non servono contro il regime in Yemen, ecco le cattive

Ieri nella capitale dello Yemen, Sana’a, c’è stata una fiammata di violenza che ha anticipato quello che potrebbe accadere nei prossimi giorni, il confronto armato tra l’opposizione, esasperata dall’attesa di un accordo con il presidente Ali Abdullah Saleh, e le forze di Saleh. All’una locale un centinaio di lealisti del presidente – ma per lo più si tratta di lealtà comprata con  denaro, in un paese dove si vive con meno di due euro al giorno – ha assaltato la casa del capo dell’opposizione, o meglio del capo della tribù più influente che aderisce al movimento di opposizione che vuole fare cadere il regime, Sadiq Abdullah Ahmar.
22 AGO 20
Immagine di Le buone non servono contro il regime in Yemen, ecco le cattive
Ieri nella capitale dello Yemen, Sana’a, c’è stata una fiammata di violenza che ha anticipato quello che potrebbe accadere nei prossimi giorni, il confronto armato tra l’opposizione, esasperata dall’attesa di un accordo con il presidente Ali Abdullah Saleh, e le forze di Saleh. All’una locale un centinaio di lealisti del presidente – ma per lo più si tratta di lealtà comprata con denaro, in un paese dove si vive con meno di due euro al giorno – ha assaltato la casa del capo dell’opposizione, o meglio del capo della tribù più influente che aderisce al movimento di opposizione che vuole fare cadere il regime, Sadiq Abdullah Ahmar. L’assalto è avvenuto mentre dentro la casa era in corso una riunione dei leader dell’opposizione, ma le centinaia di colpi sparati e i razzi non sono andati a segno. Quasi subito, da fuori la capitale, gli uomini del clan – gli hashid, uno dei due più potenti del paese – hanno cominciato a correre in soccorso della casa assediata. In Yemen tutte le tribù hanno abbastanza armi da fare invidia a un esercito regolare e ciascun componente ha esperienza militare, è la scala bellicosa su cui si misura la dignità degli yemeniti. Negli stessi minuti, agenti della Sicurezza centrale, della Najda – la polizia per le emergenze – e soprattutto soldati della Guardia repubblicana, la divisione di pretoriani comandata con piglio dittatoriale dal figlio del presidente, Ahmed, sono arrivati sul posto per bloccare gli uomini del clan. Nella battaglia che è infuriata, secondo i giornalisti del quotidiano nazionale Yemen Post, sono morte 18 persone.

Il ministero dell’Interno, i palazzi vicini dell’agenzia governativa Sabanews e della compagnia di bandiera Yemenia Airways hanno preso fuoco, perché il quartiere al Hasaba è centrale e include quasi tutte le sedi istituzionali che contano. “Non si è trattato di una rappresaglia contro gli edifici legati al governo – dice al Foglio chi c’era, senza nome per ragioni di sicurezza – o di un attacco ai media. Gli hashid hanno sparato a quei palazzi perché sui tetti c’erano i soldati e gli uomini della Sicurezza centrale, che li stavano bersagliando”. Hillary Clinton ieri aveva appena detto che il comportamento del presidente Saleh, che rifiuta ogni accordo, “è una delusione”. “E chi è, sua madre?”, rispondono dalla piazza di Sana’a.

La vampa conferma le ipotesi
più pessimiste sulla soluzione della crisi in Yemen. Per la prima volta, il confronto non è stato tra gli uomini del governo e manifestanti pacifici, capaci di sfidare le armi a mani alzate. Questa volta c’è stato un confronto armato, clan contro soldati, fucili contro fucili. L’irreale parentesi gandhiana a cui l’opposizione teneva tanto, lo sforzo di mostrare al mondo che si tratta di una rivoluzione pacifica, che conta più la forza delle idee di quella delle armi, sembra sul punto di chiudersi. In un paese dove circolano ventotto milioni di armi da fuoco per ventitré milioni di abitanti e dove ogni omicidio si trasforma in una catena infinita di vendette personali tra gruppi rivali, la rivoluzione contro Saleh rischia da adesso di precipitare verso uno scenario di guerra come in Libia, più che verso una transizione non durissima come in Tunisia.

La violenza, oppure un prolungamento dello stallo che dura ormai da tre mesi, sarebbe il fallimento delle iniziative del Gcc, il Gulf Cooperation Council, la lega di regni sunniti guidata dall’Arabia Saudita che sta cercando un ruolo politico più forte e vuole smarcarsi dall’influenza di Washington. Saleh per tre volte ha rifiutato di firmare un accordo che sembrava già concluso e di dare le sue dimissioni. All’ultima cerimonia, andata in fumo all’ultimo momento, gli ambasciatori occidentali hanno dovuto essere evacuati in elicottero perché una folla inferocita formata dai sostenitori del presidente assediava il palazzo della firma “per farlo desistere”.